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Name Gaspare Age 60 e-mail= gaspare.gi_NOSPAM_ordano@tin.it
La Vespa per me rappresenta estati calde e polverose nella casa di campagna dei nonni materni.
Erano i primissimi anni ’50 ed io e mia madre trascorrevamo alcuni giorni in campagna dai nonni, allora avevo tre o quattro anni e nonni, zii e zie facevano a gara per viziarmi.
Per me era una festa! Partivamo con la corriera, dopo una ventina di chilometri scendevamo ad un bivio dove trovavamo puntualmente uno zio (per il quale avevo una vera sorta di venerazione e se avrete voglia di leggere capirete il perché) che con la sua vespa ci portava al cascinale dei nonni.
Da quel momento tutte le regole che durante l’anno mi venivano imposte erano immediatamente sovvertite grazie allo zio che durante il tragitto (con me in piedi sul predellino e mia mamma sul sellino posteriore) mi consentiva, anzi mi istigava a suonare il clacson senza moderazione ed una volta arrivati a casa mi consentiva di spegnere il motore schiacciando un bottone sotto la sella e chiudere il rubinetto della benzina.
I due bottoni erano di mia assoluta giurisdizione anche quando con lo zio “andavamo in vespa” con il caldo vento estivo sulla faccia, il sole bruciante sulla pelle ed il buonissimo gelato al bar del paese, libero di correre e giocare sulla piazza mentre lo zio giocava a carte con gli amici…
(Durante il resto dell’anno era tutto un “non correre, non sudare, non sporcarti” e guai anche solo al pensare di toccare i comandi dell’auto di mio padre anche da ferma, figurarsi in viaggio dove ero puntualmente relegato sul sedile posteriore)
Quella generosa vespa, sempre pronta ad andare in moto, che arrancava lungo le salite più ripide e che correva velocissima in pianura ed in discesa, da allora è rimasta nel mio cuore come simbolo della libertà e, con gli occhi della memoria , la rivedo appoggiata al muro della stalla oppure ad un albero sulla piazza del bar (probabilmente a causa di un cavalletto rotto e mai aggiustato).
Ricordo lo sgomento di quell’anno in cui lo zio venne a prenderci con la vespa nuova, più lucida, meno ammaccata, più potente, con il cavalletto che funzionava e che, ogni volta che arrivavamo a casa, veniva ritirata all’interno del magazzino con un lenzuolo sopra perché non si impolverasse troppo. Era bella, ci andavamo a fare i giri, ma non era più la “mia” vespa, nel frattempo ero cresciuto di qualche anno e non m’importava più di suonare tutto quel clacson…
Ne sono passati di anni, ora ho doppiato la boa dei sessanta, ma quel vento in faccia e nei capelli e quell’odore di polvere, (non tutte le strade di allora erano asfaltate) mi sono rimasti dentro ed ancor oggi ho il ricordo vivissimo di quelle calde estati, dello zio e della sua prima vespa!
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